La finanza sociale

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Finanza sociale: approccio e strumenti

In un contesto europeo dove i tradizionali sistemi di welfare necessitano di ripensare il loro modello d’intervento per continuare ad essere sostenibili, difronte all’emergere di nuovi bisogni (e nuove povertà) e all’esigenza di contenere la spesa pubblica, il tema delle forme di finanziamento assume sempre maggiore rilevanza, tanto quanto la necessità di responsabilizzare le comunità locali nella definizione e gestione dei progetti di intervento.

In Italia, a partire dagli Anni ’80 la Pubblica Amministrazione avvia un progressivo processo di esternalizzazione a soggetti privati di alcune categorie di servizi di welfare, prima a totale carico pubblico, per rispondere all’esigenza di ridurre alcuni costi fissi e, al contempo, accrescere l’efficienza di un settore di intervento in continuo deficit. L’affiancamento di pratiche di outsourcing al modello tradizionale di erogazione dei servizi, riconfigura, almeno in parte, il sistema dell’offerta, ma l’onere economico resta prevalentemente in capo allo Stato e la spesa complessiva raggiunge costi che oggi rendono tale modello d’intervento non più sostenibile.

In risposta alla duplice esigenza di diminuire/contenere la spesa pubblica, senza rinunciare a innovare e a garantire la qualità dei servizi erogati, nasce dunque l’esigenza di individuare strumenti finanziari per attirare capitali privati in alternativa a (o a fianco di) quelli tradizionalmente fondati sul solo finanziamento pubblico. In questo modo il pubblico può sperimentare programmi innovativi che altrimenti non verrebbero implementati per mancanza di fondi o per avversione al rischio.

I principali soggetti di questo cambio di paradigma sono le imprese sociali e gli investitori privati (tra i quali, ad esempio, le fondazioni bancarie e le banche di credito cooperativo, etc.). Il modello d’intervento è quello che utilizza gli strumenti della finanza sociale, con una triplice finalità: creare impatto sociale; rendere i servizi accessibili ad una più ampia e/o nuova categoria di utenti e, al contempo, a generare ritorni finanziari.

Non a caso, il mondo della finanza sta guardando con sempre più interesse alle imprese sociali e alle garanzie che l’attore pubblico pone in essere per sostenere la condivisione del rischio nell’impiego di capitali e investimenti privati in risposta a bisogni collettivi.

Si stanno creando dunque le condizioni per un nuovo mercato, che spinge le imprese sociali a cambiare il proprio modello di business, dove gli strumenti di “social impact investment” possono giocare un ruolo decisivo nell’accompagnare questa trasformazione.

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L’obiettivo è favorire l’investimento finanziario privato nel capitale di rischio delle imprese sociali. Uno degli strumenti più innovativi in tal senso è il “Social Venture Capital” (che consente di attrarre, non soltanto nuovi finanziamenti, ma anche le specifiche competenze manageriali dell’investitore che è fortemente coinvolto nella fase di start-up dell’impresa sociale) al quale si affianca la messa a punto di agevolazioni fiscali e amministrative per consentirne una più ampia diffusione.

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Sulla base delle esperienze anglosassoni, si stanno anche diffondendo modelli di “corporate giving”, rivolte alle organizzazioni di Venture Philanthropy, che intendono inserire in una strategia d’investimento a lungo termine le proprie azioni filantropiche. In quest’ottica, mentre alle imprese sociali, attraverso la costituzione di Social Entrepreneurial Venture (SEV), è assegnato il compito di mettere a punto soluzioni a problemi sociali complessi, alle organizzazioni filantropiche viene associato l’obiettivo (differente, ma complementare) di individuare modalità di supporto a quelle stesse soluzioni imprenditoriali per contribuire ad assicurarne fattibilità (replicabilità e la sostenibilità nel lungo periodo) ed efficacia. La logica di questo approccio si riassume nel concetto secondo il quale non c’è bisogno di nuove soluzioni ai problemi sociali, ma un nuovo modo per individuare e supportare imprese sociali cosicché possano crescere e produrre da sé il loro successo.

Gli strumenti di finanza sociale si applicano in particolare alle politiche di contrasto all’esclusione sociale, alle politiche abitative e a quelle legate al tema della cura e della salute. I principali target di molte esperienze riguardano le categorie svantaggiate e le fasce di popolazione vicine o sotto la soglia di povertà. Ad oggi le sperimentazioni realizzate riguardano principalmente la riduzione dei tassi di recidiva degli ex detenuti e i modelli di housing sociale.

Per illustrare caratteristiche e modello di funzionamento di uno di questi strumenti, che può essere di interesse anche di investitori come le banche di credito cooperativo, prendiamo come esempio l’Affordable Homes Rental Fund (AHR Fund) di origine inglese.

L’AHR Fund consente di proporre finanziamenti ipotecari a lungo termine per le case in affitto, a condizioni che gli istituti di credito tradizionali non possono attualmente fornire a una categoria di mutuatari più svantaggiati, che e altrimenti non sarebbero in grado di vivere nelle loro comunità.

Il Fondo prevede misure di intervento finalizzate a creare impatto sociale che hanno come principi cardine: a) la leadership della comunità (che sceglie i progetti e interagisce con gli sviluppatori); b) la stabilità della comunità (economica e sociale); c) l’accessibilità (rate sostenibili per gli affittuari); d) l’addizionalità (più immobili a disposizione); e) la sicurezza del possesso (condizioni stabili per gli affittuari).

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